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Il teatro carnale e spirituale di Carbone

La Bufaliera di Egidio Carbone Lucifero

TEATRO

di LIVIO SOSSI

2/10/20263 min leggere

1 maggio 2007. Quando ho conosciuto Egidio Carbone, attore, poeta, scrittore e operatore culturale, mi sono bastate poche parole per entrare in sintonia con il suo mondo. A volte l’amicizia nasce così, per goethiane affinità elettive. Mi ha consegnato una sua raccolta di liriche edita dalla salernitana Ripostes, Transiti. Sottotitolo, importante: Io me stesso e confine di me. Mi ha letto – ma dovrei dire recitato – il suo ultimo lavoro, un testo teatrale, questa sua Bufaliera, chiedendomi un giudizio sincero.È stata una folgorazione. Immediata, improvvisa, illuminante, coinvolgente. Sono rimastoaffascinato dalla forza e dalla tensione vibrante della scrittura, dal ritmo crescendo delle vicende umane narrate fino all’inquietante e drammatico epilogo finale, dalle coordinate spazio temporali del racconto ambientato in una bufaliera campana. Sì, Egidio Carbone racconta la sua terra. Mette in scena uno spaccato della realtà contadina che ancora resiste alla globalizzazione. È la storia di chi, come la Vecchia, protagonista dell’atto unico, ha lavorato duro ed ora può permettersi “di camminare nella mercedes e comprare oro e sfizi come vogliamo”. Merito di lui, di Benito Mussolini, evocato ma mai nominato, che negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, aveva creato un certo benessere. E c’era il benessere perché “si filava dritto, c’era ordine, disciplina”. Il ricordo ed il rimpianto di quei tempi lontani che si vorrebbe far ritornare, è ancora presente in questa gente che continua a votare a destra e che fa filare gli immigrati: “Con me devono tenere lo sguardo basso e lavorare senza fermarsi se vogliono mangiare e mandare i soldi a casa”. La scrittura drammaturgica è una delle forme del narrare e nella scrittura di Carbone c’è una ritualità di gesti e di parole: i segni della croce, i baci al cielo, le invocazioni a San Cosimo con cui la Vecchia intrattiene un dialogo alla pari. C’è tutto il sapere e l’arguzia popolare fatta di immediate e forti metafore: “La formica lo sa dove trova lo zucchero”. C’è una religiosità che è fatta di convenzioni e si manifesta in ritualità perfino ossessivi. Eppure questo mondo, emblematicamente rappresentato dalla Vecchia che gestisce con autorità, durezza e determinazione la bufaliera esercitando il suo piccolo dispotico potere sulla proprietà come sul figlio, debole e incapace di prendere decisioni, mostra la sua seconda faccia: l’ipocrisia, la connivenza, l’isteria che travolge tutti in una follia omicida. La Vecchia, con la complicità di un avvocato e del prete, è decisa a portare via alla nuora, la nipote nata dal matrimonio con il figlio. Il giudice, dopo la separazione aveva affidato la bimba alla madre, ma la Vecchia, che non aveva mai amato la nuora, non ne vuole sapere e trama in tutti i modi per ottenere il suo scopo: ”Dobbiamo mettere in mezzo il fatto che è pazza e che maltratta i bambini”. Il testo sembra ricollegarsi alle migliori pagine della tradizione verghiana: “Ascoltami bene: tu non tocchi una sola cosa in questa casa con le tue mani di bestia. Malafemmina!”, ma in realtà Egidio Carbone è attento testimone del proprio tempo e racconta attraverso ciò che apprende dalla televisione, dai giornali, dalla radio, dalle discoteche. Ci sono nella sua scrittura tutti i conflitti della nostra società, c’è la crisi della famiglia e dei suoi valori che viene in qualche modo salvata dall’amico omosessuale: “Basta! Almeno per lei, fatelo almeno per lei. Non vi fermate neppure dinanzi alla morte!”. C’è, lo ripeto, la follia che è l’altra faccia della normalità. Così l’autore ricostruisce, rinnova, rende leggibile e partecipe il lettore di una realtà di cui tutti noi siamo in qualche modo attori. A Egidio Carbone interessa soprattutto l’Uomo. Interessa la problematica dell’esistere della società. Per questo motivo ne La Bufaliera indaga la natura umana, mostrandocene l’ambiguità, la dualità disgiunta di anima e corpo – come scrive egli stesso in una splendida lirica 1 . Tutto il resto gioca in continuazione su questo dualismo, sul doppio sociale ed individuale, etico e psicologico. Il teatro di Carbone è da questo punto di vista artaudiano, ma è nello stesso tempo verghiano. È carnale e nello stesso tempo spirituale. Ma soprattutto è un teatro che sa parlare al presente e “un teatro che non parla al presente, che non parla dei propri tempi, che non parla della quotidianità, non parla della cronaca – ci ricorda il Nobel Dario Fo – è un teatro morto” 2 . È un teatro, quello dell’amico Egidio, che apre nuove frontiere e nuovi straordinari orizzonti alla scrittura drammaturgica.