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Il dovere o l'etica del male

La Bufaliera di Egidio Carbone Lucifero

TEATRO

di ENZO MOSCATO

2/8/20252 min leggere

Dirlo, scriverlo, rappresentarlo, Artaudismo, Lautreamontismo, decostruzionismo contenutistico e formale, mi sembrano essere queste, in primo luogo, le genetiche cifre stilistiche adottate da Carbone nel mettere giù questa cupa pièce chiamata La bufaliera. Ma il loro tratto più saliente mi sembra derivi principalmente dalla commistione – dall’ibridazione - di essi tratti con una lucida scelta d’ambiente in cui calarli - che è forse, o almeno così appare a me - un sud, ma non qualsiasi del mondo, fatto di gretto, avaro, oscuro provincialismo - d’azioni e d’ideali - che è raro trovare oggi all’interno di una drammaturgia tutta giocata sul pulito, l’inoffensivo e l’innecessario o pleonastico, qual è quella italiana attuale. Sia il plot che le forme del narrato mi sembrano nel loro insieme un ironico, sarcastico, inno al degrado morale, acconciato nelle volute di una post farsa melo-drammatica o di un melo–dramma e lirismo criptico farsesco. E che ci sia un’intenzione blasfemamente musicale nella stesura del testo è riscontrabile nel fatto che più volte nelle didascalie Carbone parla di (toni o accenti vocali) “acuti”, “gravi”, “morbidi”, etc, etc… dunque ci troviamo di fronte a una pochade che vira verso il giallo, il thriller, la mistery story senza mai dichiararsi fino in fondo quanto tale perché in fondo fa volutamente uso di una scrittura incatturabile, così come incatturabile (in-definibile) è il soggetto, la trama e l’accadere di ciò che si narra (meglio: de-narra) nel testo. Certo ci sono gli animali, o almeno le bufale, le loro rumorose dolorose sonorità e ci sono gli uomini, le donne e bambini etc… ma a me, in verità, sembrano solo larve, fantasmi vacui – evanescenti – nebbiosi accidenti grammaticali o sintattici o stilistici non “personaggi” ortodossamente riconoscibili in quanto tali. Perché forse La bufaliera pur scrivendolo e praticandolo fino in fondo il teatro, in qualche modo ne celebra la morte o il suo liturgico rito di congedo dagli umani. Umani? Non lo so. Qui sta l’ardua questione. Ma che questa finis, questa destrudo, questa nullificatio del teatro “ufficiale” sia data come una raccapricciante pièce, squarcio di Negatività che celebra ancora una volta l’Assente Scena di oggi (ma già fulgida e viva una volta) mi sembra davvero impossibile non rilevarla.